Liechtenhan ricostruisce le origini dei gulag sovietici

Sabato, a 70 anni dalla chiusura del campo delle Solovki e in occasione delle celebrazioni della “Giornata della Memoria” per le vittime dei Gulag, le edizioni Lindau presentano “Il laboratorio del Gulag: le origini del sistema concentrazionario sovietico” di Francine-Dominique Liechtenhan. Tra i monasteri e gli eremi delle Solovki – l’arcipelago del Mar Bianco, nell’estrema parte nord-occidentale della Russia – fu creato il primo campo di concentramento sovietico, il laboratorio di quella rete di 476 campi divenuti tristemente famosi con il nome di “Gulag”. A partire dal 1923 e fino al 1939 i bolscevichi vi deportarono i “nemici” del comunismo: aristocratici, preti, “borghesi”, contadini, operai, intellettuali, funzionari, artisti, quadri del Partito caduti in disgrazia. “Inventato” da Trotskij, adottato da Lenin e perfezionato da Stalin, il campo delle Solovki arrivò a ospitare 70 mila detenuti e nel solo 1937 furono eseguite oltre duemila fucilazioni. Il modello delle Solovki (e, più in generale, il Gulag) influenzò profondamente la costruzione della società sovietica: si calcola che in quei decenni un adulto su sette trascorse almeno alcuni mesi in un campo. L’esperienza penitenziaria serviva a distruggere le “strutture” dell’epoca imperiale, a livellare le classi sociali e, soprattutto durante lo sforzo bellico, a fornire la manodopera necessaria all’industrializzazione del paese.



















































